Sarebbe meraviglioso se le Blue Zones esistessero davvero

Genetica, stile di vita o un colossale errore statistico? Facciamo chiarezza sul mito delle Zone Blu, smontando una credenza tanto affascinante quanto discutibile.

Immagine generata con AI. L’anziano a destra NON è Gerry Scotti. Ogni somiglianza è da considerarsi puramente casuale. Niente avvocati, grazie.

Invecchiare in salute è una delle più grandi aspirazioni umane. Ma le celebri “Zone Blu” offrono davvero la risposta? Sebbene l’idea di luoghi idilliaci dove si vive fino a 100 anni grazie a dieta e stile di vita sia potente, un’analisi statistica da premio Ig Nobel ha rivelato una realtà ben diversa e meno romanzata. In questo articolo, partendo da una riflessione sul recente video di Biogossip, smontiamo il mito delle Zone Blu analizzando le evidenze più solide. Dimostreremo come i picchi di centenari siano legati non al benessere, ma a errori statistici, frodi pensionistiche e registrazioni anagrafiche inaffidabili. La nostra non è una smentita dei benefici di uno stile di vita sano, ma un invito a basare le nostre conoscenze su dati solidi e non su correlazioni ingannevoli.

Un Blu Mitizzato

Un paio di giorni fa è stato pubblicato su YouTube un breve ma interessante video dal canale Biogossip, curato da Lorenzo corti, su un tema affascinante: le Blue Zones. Abbiamo quindi deciso di scrivere questo breve articolo per fare un po’ di chiarezza. Non intendiamo certo correggere Lorenzo in senso stretto, quanto piuttosto cogliere l’occasione per parlare di un tema che a nostro avviso viene spesso frainteso, semplificato o addirittura mitizzato. L’idea delle zone blu piace, funziona bene sui social e nei discorsi divulgativi, ma è importante chiarire cosa sia effettivamente supportato dai dati e cosa invece rischia di diventare (o è già diventato) un errato luogo comune.

Ci teniamo moltissimo a sottolineare che questo non vuole essere in alcun modo un attacco al canale Biogossip, che anzi seguiamo con stima e che consigliamo senza esitazioni a chiunque abbia voglia di contenuti divulgativi seri, curiosi e comprensibili. Il nostro intento è semplicemente quello di contribuire al dialogo, con umiltà e spirito costruttivo, cercando di riportare l’attenzione su cosa ci dicono davvero gli studi scientifici su longevità, genetica, stile di vita e alimentazione.

Tra l’altro, nel video vengono toccati diversi concetti corretti e condivisibili, in particolare l’importanza di una dieta sobria, non iper-proteica, di un’attività fisica quotidiana, e di un contesto sociale solido. È proprio per questo che ci sembrava utile -e anche bello, in fondo- poter contribuire a questo discorso, puntualizzando qualche dettaglio su un concetto, quello delle Blue Zones, che ci sembra spesso un po’ troppo romanzato.

Consigliamo quindi di guardare prima il breve video in questione, così da avere il giusto contesto per proseguire con la lettura:

Video di BioGossip (Lorenzo Corti), Seguitelo!!

Le Zone Blu

Quando sentiamo parlare di centenari, o a maggior ragione di ultracentenari, è forte la tentazione ad indagare gli stili di vita che hanno portato ad una così elevata longevità, dato l’interesse che il tema suscita in moltissime persone, sempre in cerca dell’elisir di lunga vita, considerando la paura della morte che permea le società occidentali. Non dovrebbe stupirci quindi l’interesse per le zone blu:

“regioni del mondo in cui si ritiene che le persone abbiano una vita eccezionalmente lunga, oltre i 100 anni, grazie a uno stile di vita che combina attività fisica, basso stress, ricche interazioni sociali, una dieta a base di cibi integrali locali e bassa incidenza di malattie”.

Le cosiddette zone blu sono localizzate in Sardegna, nell’isola di Okinawa, nell’isola di Icaria in Grecia, nella regione di Nicoya in Costa Rica e in altri, rari, posti idilliaci. Sono state identificate per la prima volta da Michel Poulain e Dan Buettner, a partire dal 1999 e negli anni successivi, pubblicando articoli su riviste scientifiche specialistiche ma soprattutto su quelle per il grande pubblico. Il tema ha avuto un’enorme risonanza mediatica, con la pubblicazione di documentari, libri, ricettari e siti dedicati a promuovere il presunto stile di vita che accomuna queste zone, con un giro d’affari notevole. Alcuni consigli riguardo gli stili di vita, per quanto generici, sono anche in linea con le linee guida delle maggiori istituzioni medico scientifiche internazionali. Altri invece sono più rimedi della nonna senza particolari basi scientifiche ed epidemiologiche, ma non è questo il punto.

Tuttavia, quando si analizzano approfonditamente i dati demografici relativi alle zone blu, e non solamente quelli epidemiologici, iniziano i problemi. In particolare, le evidenze e le analisi che riportiamo in seguito, provengono da un approfondito studio del demografo Saul Newman dell’università di Oxford, che, proprio grazie a questo paper ha meritato l’Ig Nobel lo scorso anno.

Iniziamo dall’Italia, e dalla Sardegna in particolare, che sarebbe ricca di zone blu. Le province italiane in cui è più probabile avere centenari sono quelle in cui ci sono meno persone che hanno più di novant’anni – il gruppo delle persone 90enni include anche quello dei centenari. Ad esempio, le tre provincie con più centenari dichiarati ogni centomila persone hanno relativamente poche persone con più di 90 anni, e sono proprio tre province sarde, Nuoro compresa. Paradossale no?

Cosa può spiegare questo paradosso? Diamo ulteriori dati per avvicinarci alla soluzione.

Oltre ad essere inversamente correlato con il numero di ultranovantenni, il numero di centenari e ultracentenari è anche inversamente correlato al prodotto interno lordo pro capite della regione (ovvero semplificando, alla ricchezza media dei cittadini), e al tasso di occupazione (ovvero a quante persone in età lavorativa effettivamente lavorano). Quindi detto semplicemente: ci sono più centenari nelle regioni più povere e a minor occupazione. Questo va contro ogni osservazione empirica comune alla stragrande maggioranza dei paesi per cui una maggior ricchezza è indice di salute migliore, in media, grazie a maggiori investimenti in sanità ed a maggior sviluppo socioculturale.


Correlazione tra PIL pro capite e
numero di centenari per centomila persone, ogni punto è una provincia d’Italia
Correlazione tra numero di ultranovantenni e
numero di centenari per centomila persone, ogni punto è una provincia d’Italia

Anche chi è scettico della bontà degli indicatori economici, può considerare gli indici statistici che misurano le condizioni di salute della popolazione di una specifica regione geografica. Questi sono inversamente correlati alla percentuale di centenari. Detto semplicemente, ci sono più centenari nelle regioni in cui mediamente la salute è peggiore.

L’autore dell’analisi, con forti evidenze, sostiene che questi record di longevità, maggiori nelle regioni più povere, sono associati a frodi pensionistiche o semplicemente ad errori nei certificati di nascita e di morte (da qui capite anche il motivo dell’esagerata copertina scelta). Non penso di dovervi spiegare che se non viene dichiarata la morte di una persone i parenti possono continuare a recepire la sua pensione; e che dichiarando una data di nascita precedente alla propria si può ottenere un pensionamento anticipato.

Potremmo pensare che, se una piccola percentuale di persone sul totale compie frodi (o errori) di questo tipo, questo non incida molto sull’effettivo numero di centenari totali in un paese o in una regione. Ma eleganti e semplici calcoli statistici, che tengono conto dell’aumento esponenziale del rischio di morte a partire da circa i 30 anni di età mostrano che, se anche pochissime persone venissero registrate all’anagrafe in maniera erronea -ad esempio con un età di dieci anni superiori alla propria- raggiunti i novanta, o cento anni, questi rappresenterebbero la maggioranza in quella categoria di persone, dato che la loro probabilità di morte è sempre circa 2,5 volte minore rispetto a chi è 10 anni più vecchio. Rimandiamo alla bibliografia per chi vuole approfondire.

Prendiamo l’esempio di Ogliastra, una delle zone blu sarde più citate, qui la probabilità di arrivare a 55 anni di età è la più bassa d’Italia, come è il più basso l’indice di occupazione, ed è solamente a metà classifica per gli ultranovantenni ancora in vita, nonostante questo è presa come esempio dai promotori delle blu zone.

La zona di Olbia-Tempio è la prima in classifica per numero di ultracentenari, ma come Ogliastra è tra le peggiori per sopravvivenza a 55 anni e il numero di ultranovantenni in vita è l’ottavo peggiore in Italia. Potremmo andare avanti a citare esempi, ma, anche considerando il fatto che uno di noi ha il cromosoma y sardo non vogliamo infierire oltre, il punto è chiaro.

Il quadro non cambia quando consideriamo la situazione negli altri paesi. Considerando il Giappone il fenomeno è molto simile a quello appena spiegato per l’Italia, dato che la prefettura di Okinawa, tanto blasonata, è una delle più povere e meno in salute del paese.

Se ancora siete restii a crederci, pensate come all’esperimento naturale avvenuto negli Stati Uniti. Agli inizi del 900’ è stata resa obbligatoria la registrazione delle nascite in tutti gli stati federali del paese, e, come potrete ormai immaginare, da quel momento il numero di ultracentenari totali è diminuito drasticamente senza mai tornato ai livelli precedenti -nonostante gli strabilianti aumenti nell’aspettativa di vita che hanno accompagnato il secolo. Per essere onesti, questo esperimento è ancora in corso e quindi l’82% degli “ultracentenari” totali nel paese precede l’obbligo di registrazione delle nascite, avendo vissuto quindi in un periodo in cui l’aspettativa di vita media era di circa cinquant’anni, ovvero 30 anni in meno dei giorni nostri.


Numero di centenari ogni anno, prima e dopo l’introduzione dell’obbligo di registrazione delle nascite

Concludendo, l’analisi critica delle “Zone Blu” non è un mero esercizio di demistificazione, ma un promemoria fondamentale: con la scienza non si scherza. Per quanto affascinanti possano essere certe narrazioni, la verità tende sempre a venire a galla, anche quando la tendenza umana a sporcare i dati, per frode o per errore, crea miti convenienti. Proprio per questo, e per l’enorme interesse che suscita il tema, abbiamo l’intenzione di dedicare in futuro un articolo completo e approfondito alla scienza dell’invecchiamento e dell’immortalità; dall’uomo ad altre forme di vita, dalle terapie più promettenti ai fattori di rischio, dalla genetica alle ragioni evolutive per cui invecchiamo. Esploreremo i meccanismi molecolari alla base del processo -dalla telomerasi all’ossidazione, dall’autofagia al ruolo dell’insulina fino ai dibattiti su ciò che funziona davvero e ciò che si è rivelato un falso mito. Affronteremo anche i compromessi biologici, come il fatto che per molti animali più figli significa una vita più breve (con affascinanti eccezioni, come le formiche regine e la loro proteina IMP-L2). Il nostro obiettivo sarà offrire una panoramica chiara, basata su prove solide, perché capire la longevità è una delle sfide più grandi della nostra epoca, e merita di essere affrontata con il massimo impegno.

Si osserva come la Sardegna non registri valori medi più elevati a livello continentale, malgrado la presunta prevalenza di ultracentenari sul territorio – Fonte Eurostat

Una visione d’insieme

Poiché siamo rimasti affascinati dal paper premiato con l’Ig Nobel, che analizza i problemi nei dati alla base del concetto di Blue Zone -un tema a cui noi per primi, in passato, abbiamo attribuito più valore di quanto meritasse- abbiamo deciso di cogliere l’occasione per approfondirlo. Spero che questa riflessione sia risultata utile anche a chi leggerà questo articolo.

Facendo un passo indietro però ci sono considerazioni secondo noi più importanti. Innanzitutto, a prescindere dall’effettiva bontà dei consigli sugli stili di vita delle zone blu, ci chiediamo quale sia il senso di basarsi su una semplice correlazione, tra gli stili di vita e il numero di ultracentenari, dietro la quale potrebbe non esserci nessun effettivo meccanismo causale (potremmo rovesciare il famoso esempio dell’amico con il nonno che ha vissuto 100 anni fumando). Tanto più che questa correlazione si basa su degli outlier statistici, che in Italia rappresentano solamente lo 0,03% della popolazione. Per avere indicazioni serie sugli stili di vita che promuovo un’aspettativa di vita più lunga, e in salute per più tempo riteniamo sia necessario affidarsi alle migliori evidenze scientifiche. Studi epidemiologici, RCT, meta analisi e studi di coorte di grande ampiezza, che seguono i pazienti anche per decenni. Tutti questi stanno alla base delle linee guida che vengono raccolte dalle più autorevoli istituzioni in ambito di salute pubblica, a livello mondiale e locale. In Italia ad esempio abbiamo le linee guida della CREA, a livello globale ci sono quelle dell’organizzazione mondiale della sanità (WHO). Per informazioni accessibili sul tema, tra gli altri, ci sentiamo di consigliare il nutrizionista Gabriele Bernardini, de “La somma e il totale” in particolare la sua pagina Instagram. Anche Project Invictus e il suo fondatore Andrea Biasci, con un focus maggiore sull’attività fisica, ovvero insieme alla dieta uno dei fattori principali che incidono sulla nostra salute.

Bibliografia

Notifiche push abilitate

Grazie per aver abilitato le notifiche!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *